Mario G.C. da Monte Romano (Vt) a Bruxelles

25ott2008bxl_1solar1Come cantava Lucio Dalla in una sua bella canzone dei tempi d’oro, “il ricordo più  grosso è tutto in questo nome che io mi porto addosso”: nel mio piccolo anch’io porto nei due cognomi che ho le mie due origini, quelle sarde di mia madre e della città dove sono nato e vissuto prima di prendere il volo fuori dall’Italia (Cagliari), e quelle laziali, di mio padre, originario di Monte Romano, provincia di Viterbo.

E più che di me, vorrei parlare di mio padre, appunto. Augusto, classe 1925, a suo modo anche lui un “Laziale nel mondo” perché le circostanze della sua vita lo portarono a stabilirsi in Sardegna e là metter su famiglia, ma manteneva sempre dentro di sé delle profonde radici laziali, anzi etrusco-maremmane, perchè quella è la zona, dove la Toscana diventa Lazio, piena di storia e tradizioni fra Tarquinia, Vetralla, Civitavecchia e dintorni, ma sempre guardando verso l’irresistibile polo di attrazione di Roma – e del resto, lo stesso borgo di Monte Romano fu fondato nel XVII secolo per servire come granaio pontificio…

Mio padre è vissuto durante quarant’anni a Cagliari, ma conservava la sua lazialità e la trasmetteva a sua moglie e ai suoi figli: innanzitutto nel suo parlare, con un bellissimo accento “romanesco” praticamente intatto, che a casa finiva col prevalere rispetto alla sardità di mia madre; nella sua intelligenza e curiosità sempre viva, riunendo la famiglia a cena sempre con il telegiornale delle 20 – anche quando cominciarono ad esserci tanti “canali privati” alternativi, ma l’appuntamento quotidiano con l’informazione era irrinunciabile; seguendo la musica e il cinema dei “romani” – ricordo ancora i dischi con gli stornelli di Lando Fiorini, i programmi con Gabriella Ferri, gli spettacoli con Enrico Montesano… invece, per certi suoi motivi, non gli piaceva assolutamente Alberto Sordi -, e anche, sotto sotto, tifando per la Lazio, anche se non era certo un “calciofilo” sfegatato…  E poi, naturalmente, con la tradizione familiare del viaggio a Monte Romano, ogni estate, quando si prendeva la nave per Civitavecchia, e poi la corriera per Monte Romano, quando, varcando l’arco d’ingresso, la campagna si trasformava magicamente nel vialone e nelle piazze successive, con i grandi blocchi di case, il granaio, la fontana, il comune, la cassa rurale…  e la casa dei nonni. Là mio padre si trasformava letteralmente: se a Cagliari era una persona tranquilla e marito ideale, tutto casa e lavoro e “sacrifici per i figli”, nel suo paese ritornava come più gli piaceva essere, amico degli amici, brillante, allegrone, anche un po’ spendaccione tra un bar e l’altro – lo stradone principale con il grande spazio della passeggiata, le “vasche”, era tutta una fila di bar, grandi e piccoli -, nel ruolo dell’”uomo” mentre “le donne” si occupano della casa, di cucinare, di “accudirlo”. Una divisione dei ruoli che si applicava già ai figli, andavo sempre con mio padre e imparavo come si prende la birra con la gassosa, come si sta ai tavolini, come si parla e si ascolta e si rispettano gli anziani, come si tiene l’osservatorio sulla gente che va e viene, i negozi e le finestre, e il rito del giornale…  a Cagliari lo comprava solo la domenica, qui invece prendeva “Il Messaggero” tutti i giorni e lo leggevamo da cima a fondo, ricordo ancora come vivemmo così quell’estate del 1978 dei “tre papi”, con il titolo “È Giovanni Paolo I”, una sorpresa quel nome composto…

La mia lazialità sta lì, nelle piazze e le strade e stradine di quel paese un po’ strano, somma di tre o quattro nuclei urbani nati in circostanze e necessità diverse, con i miei genitori e i nonni, i cugini e gli amici, giocando a pallone o gironzolando qua e là, rubacchiando qualche moneta dalla cabina del telefono per comprare cosettine al chioschetto, o seduto a prendere il fresco sulle panchine o sulla porta di casa con le donne “facendo la calzetta” e i vecchi parlando e raccontando – specialmente mi piaceva mio nonno, un “ragazzo del ‘99″ con tanto di medaglie della prima guerra mondiale “fusa nel bronzo nemico”, medaglie che un giorno mi regalò, non ne aveva granché orgoglio, ma molta pena perché gli ricordavano cose molto brutte che aveva vissuto allora, molto diverse dalla retorica della “Grande Guerra”.

Poi, piano piano, quel legame con il Lazio, così stretto pure nella distanza del mar Tirreno, si andò allentando. I nonni se ne andarono, noi figli crescevamo e progettavamo per l’estate di fare cose diverse dall’andare “in paese”, mio padre era andato in pensione e non aveva più l’energia di un tempo, e da un certo momento i viaggi in nave a Civitavecchia finirono, e anche i contatti diretti con Monte Romano. Che passò piano piano dalla dimensione della realtà di tutti i giorni, o almeno di un’estate, a quella del ricordo e, forse, della nostalgia, quella delle foto in bianco e nero, quella di lettere, o di un libro. Da parte mia, tra una cosa e l’altra, sono oltre vent’anni che non ci ho più rimesso piede…

… anche perché, nel frattempo, mi successe di conoscere una persona di Siviglia, in Spagna, e se mio padre a suo tempo “per amore” aveva varcato stabilmente il Tirreno, io mi accingevo per lo stesso motivo a varcare stabilmente il Mediterraneo… e a diventare un Italiano all’estero, un Sardo e un Laziale nel mondo, non appena completai gli studi in Italia e potei raggiungere quella persona che divenne mia moglie. A Siviglia il tempo passò in fretta, con tante cose da fare per integrarsi, per lavorare, per costruire un presente e un futuro insieme, senza praticamente tempo per altre cose, durante 11 anni, che terminarono quando ebbi l’opportunità di fare un altro salto: andare a lavorare presso le istituzioni comunitarie a Bruxelles. E adesso, più stabile professionalmente e personalmente, ho di nuovo il tempo anche di guardare un po’ indietro, e di ritrovare e provare a valorizzare le vecchie radici, comprese quelle laziali: conoscere questo sito “Gente Laziale nel Mondo” e chi così bene lo gestisce è una bella occasione, e con mia moglie progettiamo di fare un viaggio a Monte Romano (lei non lo conosce ancora), chissà se ricercando qualche parente o vecchio amico, o “in incognito” per avere uno sguardo più sereno… chissà.

E se ho cominciato queste parole in libertà con Lucio Dalla, provo a finirle con Francesco Guccini… per ora… perché “ho tante cose ancora da raccontare, per chi le vuole ascoltare…”.

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