Livia M. da Roma a Londra

26 Novembre 2008

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Ho 23 anni, sono nata a Roma e vivo a Londra da quando ne avevo 19. Ho lasciato la mia città perché la trovavo noiosa e perché volevo fare l’università all’estero.
Appena arrivata ho trovato un lavoro come barista in un Live Music Club, poi visto che frequentavo i corsi all’Università ho lavorato per due anni part time in un Health Store, una bottega che vende prodotti vitaminici.
Appena laureata ho iniziato a lavorare a tempo pieno in un’agenzia immobiliare che si occupa prevalentemente di affitti di appartamenti. Dopo tre mesi, capito il funzionamento di quel tipo di lavoro, ho aperto una mia agenzia insieme a un amico  e questa è la mia attuale attività.

Come ti trovi?
A parte il cibo, il freddo e la delinquenza, direi bene.

I tuoi amici da dove vengono?
Molti italiani, polacchi, sudamericani, spagnoli, pochi gli inglesi.

Pensi di tornare in italia prima o poi?
Forse per l’età della pensione; prima mi annoierei troppo.

Credi che in italia avresti le stesse possibilità che hai in UK?
Assolutamente no, A Londra sono riuscita a comprare casa e aprire un mio business iniziando praticamente dal nulla e in  soli tre mesi. In Italia forse ci sarei riuscita in 30 anni.

Cosa apprezzi del tuo nuovo Paese?
Il fatto che le cose funzionino in modo decente.

Cosa ti manca dell’Italia o di Roma?
Il sole, il cibo, e il non-fare-un-cazzo-tanto-ci-sono-mamma-e-papà-fino-ai-30-anni

Cosa diresti ai tuoi coetanei in italia rispetto a Londra?
Sveja!!! Moveteve!


Mario G.C. da Monte Romano (Vt) a Bruxelles

19 Novembre 2008

25ott2008bxl_1solar1Come cantava Lucio Dalla in una sua bella canzone dei tempi d’oro, “il ricordo più  grosso è tutto in questo nome che io mi porto addosso”: nel mio piccolo anch’io porto nei due cognomi che ho le mie due origini, quelle sarde di mia madre e della città dove sono nato e vissuto prima di prendere il volo fuori dall’Italia (Cagliari), e quelle laziali, di mio padre, originario di Monte Romano, provincia di Viterbo.

E più che di me, vorrei parlare di mio padre, appunto. Augusto, classe 1925, a suo modo anche lui un “Laziale nel mondo” perché le circostanze della sua vita lo portarono a stabilirsi in Sardegna e là metter su famiglia, ma manteneva sempre dentro di sé delle profonde radici laziali, anzi etrusco-maremmane, perchè quella è la zona, dove la Toscana diventa Lazio, piena di storia e tradizioni fra Tarquinia, Vetralla, Civitavecchia e dintorni, ma sempre guardando verso l’irresistibile polo di attrazione di Roma – e del resto, lo stesso borgo di Monte Romano fu fondato nel XVII secolo per servire come granaio pontificio…

Mio padre è vissuto durante quarant’anni a Cagliari, ma conservava la sua lazialità e la trasmetteva a sua moglie e ai suoi figli: innanzitutto nel suo parlare, con un bellissimo accento “romanesco” praticamente intatto, che a casa finiva col prevalere rispetto alla sardità di mia madre; nella sua intelligenza e curiosità sempre viva, riunendo la famiglia a cena sempre con il telegiornale delle 20 – anche quando cominciarono ad esserci tanti “canali privati” alternativi, ma l’appuntamento quotidiano con l’informazione era irrinunciabile; seguendo la musica e il cinema dei “romani” – ricordo ancora i dischi con gli stornelli di Lando Fiorini, i programmi con Gabriella Ferri, gli spettacoli con Enrico Montesano… invece, per certi suoi motivi, non gli piaceva assolutamente Alberto Sordi -, e anche, sotto sotto, tifando per la Lazio, anche se non era certo un “calciofilo” sfegatato…  E poi, naturalmente, con la tradizione familiare del viaggio a Monte Romano, ogni estate, quando si prendeva la nave per Civitavecchia, e poi la corriera per Monte Romano, quando, varcando l’arco d’ingresso, la campagna si trasformava magicamente nel vialone e nelle piazze successive, con i grandi blocchi di case, il granaio, la fontana, il comune, la cassa rurale…  e la casa dei nonni. Là mio padre si trasformava letteralmente: se a Cagliari era una persona tranquilla e marito ideale, tutto casa e lavoro e “sacrifici per i figli”, nel suo paese ritornava come più gli piaceva essere, amico degli amici, brillante, allegrone, anche un po’ spendaccione tra un bar e l’altro – lo stradone principale con il grande spazio della passeggiata, le “vasche”, era tutta una fila di bar, grandi e piccoli -, nel ruolo dell’”uomo” mentre “le donne” si occupano della casa, di cucinare, di “accudirlo”. Una divisione dei ruoli che si applicava già ai figli, andavo sempre con mio padre e imparavo come si prende la birra con la gassosa, come si sta ai tavolini, come si parla e si ascolta e si rispettano gli anziani, come si tiene l’osservatorio sulla gente che va e viene, i negozi e le finestre, e il rito del giornale…  a Cagliari lo comprava solo la domenica, qui invece prendeva “Il Messaggero” tutti i giorni e lo leggevamo da cima a fondo, ricordo ancora come vivemmo così quell’estate del 1978 dei “tre papi”, con il titolo “È Giovanni Paolo I”, una sorpresa quel nome composto…

La mia lazialità sta lì, nelle piazze e le strade e stradine di quel paese un po’ strano, somma di tre o quattro nuclei urbani nati in circostanze e necessità diverse, con i miei genitori e i nonni, i cugini e gli amici, giocando a pallone o gironzolando qua e là, rubacchiando qualche moneta dalla cabina del telefono per comprare cosettine al chioschetto, o seduto a prendere il fresco sulle panchine o sulla porta di casa con le donne “facendo la calzetta” e i vecchi parlando e raccontando – specialmente mi piaceva mio nonno, un “ragazzo del ‘99″ con tanto di medaglie della prima guerra mondiale “fusa nel bronzo nemico”, medaglie che un giorno mi regalò, non ne aveva granché orgoglio, ma molta pena perché gli ricordavano cose molto brutte che aveva vissuto allora, molto diverse dalla retorica della “Grande Guerra”.

Poi, piano piano, quel legame con il Lazio, così stretto pure nella distanza del mar Tirreno, si andò allentando. I nonni se ne andarono, noi figli crescevamo e progettavamo per l’estate di fare cose diverse dall’andare “in paese”, mio padre era andato in pensione e non aveva più l’energia di un tempo, e da un certo momento i viaggi in nave a Civitavecchia finirono, e anche i contatti diretti con Monte Romano. Che passò piano piano dalla dimensione della realtà di tutti i giorni, o almeno di un’estate, a quella del ricordo e, forse, della nostalgia, quella delle foto in bianco e nero, quella di lettere, o di un libro. Da parte mia, tra una cosa e l’altra, sono oltre vent’anni che non ci ho più rimesso piede…

… anche perché, nel frattempo, mi successe di conoscere una persona di Siviglia, in Spagna, e se mio padre a suo tempo “per amore” aveva varcato stabilmente il Tirreno, io mi accingevo per lo stesso motivo a varcare stabilmente il Mediterraneo… e a diventare un Italiano all’estero, un Sardo e un Laziale nel mondo, non appena completai gli studi in Italia e potei raggiungere quella persona che divenne mia moglie. A Siviglia il tempo passò in fretta, con tante cose da fare per integrarsi, per lavorare, per costruire un presente e un futuro insieme, senza praticamente tempo per altre cose, durante 11 anni, che terminarono quando ebbi l’opportunità di fare un altro salto: andare a lavorare presso le istituzioni comunitarie a Bruxelles. E adesso, più stabile professionalmente e personalmente, ho di nuovo il tempo anche di guardare un po’ indietro, e di ritrovare e provare a valorizzare le vecchie radici, comprese quelle laziali: conoscere questo sito “Gente Laziale nel Mondo” e chi così bene lo gestisce è una bella occasione, e con mia moglie progettiamo di fare un viaggio a Monte Romano (lei non lo conosce ancora), chissà se ricercando qualche parente o vecchio amico, o “in incognito” per avere uno sguardo più sereno… chissà.

E se ho cominciato queste parole in libertà con Lucio Dalla, provo a finirle con Francesco Guccini… per ora… perché “ho tante cose ancora da raccontare, per chi le vuole ascoltare…”.


Convegno “Storie di Emigrazione”

29 Gennaio 2008

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STORIE DI EMIGRAZIONE

La Sinistra e i nostri corregionali all’estero

Sabato 16 Febbraio dalle 16 alle 20

Comune di Sora – Sala Consiliare

musica, immagini, ricordi, proposte politiche

Intervengono: Carlo CARTOCCI Resp. Naz. Emigrazione / Maria Antonietta GROSSO Pres. Consulta Emigrazione Regione Lazio / Ivano PEDUZZI Capogruppo alla Regione Lazio / Bruno VACCA Direttore Casa dell’Emigrante.
Conclude: Jose’ Luiz DEL ROIO Senatore PRC – SE, componente Commiss. Affari esteri, emigrazione

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Franco Venturi Host

3 Dicembre 2007

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Franco Venturi era nato a Roma nel 1937 dove visse fino al 1950, anno in cui arrivò in Argentina. Era pittore e vignettista, prestando la sua opera tra Argentina, Italia e Brasile ed è stato il primo artista plastico desaparecido. Il suo lavoro fu sempre accompagnato dall’attività politica, Franco infatti militò nella Gioventù Peronista e successivamente nelle Forze Armate Peroniste. Venne sequestrato a Mar del Plata il 24.2.1976.

Questa una delle opere che dà un’idea del carattere della sua arte.

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Egidio Battistiol

23 Novembre 2007

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Egidio Battistiol, detto Gigio, nato a Frascati (RM) il 17.7.1948, fu sequestrato a Boulogne, nella periferia di Buenos Aires, il 31.8.1977 insieme alla moglie Juana Colayago in avanzato stato di gravidanza. Faceva il ferroviere. Aveva due figlie, Flavia di tre anni e Lorena di un anno.

Gigio, Juana, la sorella di Gigio con la figlia dodicenne, furono catturati nella casa di famiglia da forze di sicurezza. La sorella e la nipote di Gigio furono liberate dopo qualche giorno e successivamente identificarono in Campo de Mayo il luogo della loro detenzione. Un altro sopravvissuto riferì di una forte presenza di ferrovieri all’interno del campo.

Juana Matilde Colayago aveva circa 26 anni, aspettava un bambino/a che sarebbe nato/a nel campo di prigionia tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1977.

Lorena e sua sorella Flavia, hanno dedicato la loro vita alla ricerca di questo fratello o sorella mai conosciuto, e con l’aiuto dell’associazione delle Abuelas de Mayo non smettono di sperare. In questo video una testimonianza di Lorena.

Blog di Flavia e Lorena Battistiol


Enrico Pankonin

20 Novembre 2007

Enrico Pankonin

Enrico Pankonin, era mio zio, zio che non ho conosciuto perché la dittatura di Videla, Massera ed Agosti l’ha fatto diventare un “desaparecido”.

Purtroppo non ho avuto l’occasione di conoscerlo, di parlare con lui, d’avere almeno uno scambio di idee. Enrico è stato uno dei dirigenti di “Franja Morada”, la gioventù radicale di La Plata. Era un militante concreto ed audace, credeva nei cambiamenti. Aveva la speranza ed anche la consapevolezza di quello che accadeva in Argentina negli anni ‘70. Ma continuò sempre, non si fermò mai.
Anzi, diffondeva tutto il possibile le idee, i valori in cui credeva. Non le importavano i rischi, ma di avere un paese ed un continente diversi.
Così ha fatto fino il 1° ottobre 1977, data nella quale venne sequestrato, assieme alla moglie, Cristina Fernández Zapico, giornalista ed insegnante di Storia.

Più tardi, anche mio zio Aldo Pankonin, ha dovuto abbandonare il paese per non fare la stessa fine. Finì in esilio in Brasile e poi Messico, ed è rientrato nel ‘83 in Argentina una volta finita la dittatura.

Enrico, Aldo ed anche mio padre, Carlos, sono figli di Giuseppina Natalia Abis, nata in Sardegna, e di Ernest Pankonin, un soldato polacco che ha combattuto per la liberazione dell’Italia nella “Compagnia Anders”. Nell’anno ‘46, Giuseppina, Ernest ed il piccolo Enrico che era nato a Roma, iniziano il loro percorso verso la Argentina

Il sogno era quello di dimenticare le tragedie della guerra, la povertà, ma non immaginavano che sarebbe stato peggio là, al sud del sud, con morti strani, con troppe sofferenze, con colpi e scomparse, con troppi finali inconclusi…

di Carolina Pankonin (da www.24marzo.it)

Questa è la storia di Enrico Pankonin come è stata raccontata da sua nipote, ma ci sono almeno altri tre nostri corregionali, secondo l’elenco fornito dal consolato italiano nel 1982, scomparsi negli anni bui della dittatura per mano dei militari argentini.

Se qualcuno che legge il blog potesse raccontarci qualcosa di loro, gliene saremmo profondamente grati.

Questi sono i loro nomi:

Egidio Battistiol, nato a Frascati (RM) il 17.7.1948, sequestrato a Villa Adelina, nella periferia di Buenos Aires, il 31.8.1977 insieme alla moglie in avanzato stato di gravidanza. Faceva il ferroviere.

Francesco H. Venturi, nato a Roma (RM) il 9.12.1937. Venne sequestrato a Mar del Plata il 24.2.1976. Era pittore e vignettista.

Enzo Lauroni, nato a Veroli (FR) il 19.7.1949. Sequestrato a Cipoletti, in Patagonia, l’8.8.1977. Era un artigiano. Il giorno della sua scomparsa stava circolando su un camioncino, quando alla rotatoria di Cipolletti, fu tamponato da una Ford Falcon dalla quale scesero uomini armati che lo obbligarono a salire nella loro auto. Di lui non si è saputo più nulla. A sua moglie Mónica Almirón tre persone comunicarono che Enzo aveva avuto un incidente, che era ricoverato all’ospedale Bouquet Roldán di Neuquén e che l’avrebbero accompagnata. E’ l’ultima notizia che abbiamo di lei.